ALICE SPRINGS,  AUSTRALIA,  Curiosità,  POUCHAROOS, STORIE D'AUSTRALIA

Vivere il deserto australiano

Sono passate un po’ di settimane dall’ultimo articolo ma ora si torna in pista!
Oggi vi voglio raccontare cosa significa vivere il deserto australiano in tutto e per tutto, sì, avete capito bene: vivere non solo nel deserto, ma il deserto in sé!

Sappiamo bene che la vita è ciò che ci accade quando stiamo facendo altri progetti, ma spesso ci dimentichiamo di questo concetto e lo realizziamo solo una volta risistemato l’equilibrio.
Questo infatti è quello che è successo poco tempo fa.

Il piano originale

Il piano originale era di spostarmi per qualche mese in un paesino tra Melbourne e Sydney per fare un’esperienza in un’area diversa dell’Australia.
Per qualche oscura ragione, che ho imparato a chiamare VITA, il mio datore di lavoro è misteriosamente scomparso per tutta la settima che precedeva il mio arrivo a Lakes Entrance.
Al momento i pensieri erano tanti.
Poteva essergli successo qualcosa, oppure poteva aver trovato un’altra persona, o non aveva salvato il mio numero o ancora perso il cellulare.

Sta di fatto che ormai mi stavo imbarcando per Melbourne e sapevo che tutto avrebbe preso una direzione diversa da quella prevista, ma non sapevo ancora quale.
Decido di dargli tempo fino a qualche ora dal mio atterraggio, nel caso si ricordasse di me, ma nulla.
Se fossi stata in viaggio da sola probabilmente avrei agito in maniera differente ma, essendo partita con la mia fidata compagna di avventure, l’abbiamo presa come tale.

Invece che prendere il primo pullman che in 6 ore ci avrebbe portato a Lakes Entrance, cerchiamo una relocation per Adelaide e ci mettiamo in viaggio!

Leda non aveva ancora percorso la Great Ocean Road, quindi ci è sembrato un buon momento per riordinare le idee in ambito lavorativo e passare qualche giorno on the road.

Off topic: questo mini roadtrip ci ha regalato uno dei risvegli più belli di sempre, con un koala che si avventurava tra i cespugli in fianco al nostro camper!

A questo punto avevamo due opzioni: cercare lavoro in farm, o ad Adelaide, oppure contattare un mio vecchio compagno di classe delle elementari che stava per lasciare l’Australia e con essa il suo posto di lavoro nel Red Centre.

Potete immaginare dal titolo quale sia stata la decisione finale!

In due giorni e mezzo, con calma, raggiungiamo Adelaide e ci affidiamo al nostro fidato Couchsurfing per trovare un posto in cui stare e organizzare il successivo spostamento nel cuore del Paese.
Prenotiamo così un nuovo volo per Alice Springs e, il 7 Novembre, partiamo.

Primo impatto con Alice Springs

Atterriamo ad Alice Springs alle 16.30.
La prima cosa che notiamo subito, oserei dire ovviamente, è la temperatura che è passata in neanche 24 ore dai 12 gradi di Melbourne ai 35 del deserto australiano.
Un caldo piacevole però, che mancava e che non da troppo fastidio.
Alice è la seconda città del Northern Territory, con una popolazione che raggiunge, pensate un po’, circa 30.000 abitanti!
Non è bella, non è sicura, ma allo stesso tempo è più autentica, più australiana di molti altri posti.

Passiamo la notte in ostello, il posto che sarà casa nostra anche durante i giorni di riposo che avremo.
La mattina dopo la sveglia suona alle 4.15, la prima di una lunga serie di sveglie all’alba.
Alle 5 siamo già su un camion corazzato, 4×4, con destinazione Yulara, è qui che inizia realmente la nostra nuova avventura lavorativa e la nuova vita nel deserto australiano.

Yulara, la porta di ingresso a Uluru

Quando mi è stato detto che la prima destinazione del tour sarebbe stato il campsite alle porte di Uluru mi sono subito emozionata.
Sogno di vedere quella roccia dalla mia tesina delle elementari. E non solo l’avrei vista a breve, ma avrei lavorato lì, o comunque nelle vicinanze!
Quasi 6 ore di strada separano Alice Springs da Ayers Rock (nome inglesizzato di Uluru) quindi ci mettiamo comode, per quel che possiamo, e ci godiamo la strada.
Un’infinita, dritta, strada, nel cuore del deserto australiano.

Quell’infinita strada che, di nuovo, mi ha fatto sentire a casa.

Arriviamo a Yulara all’ora di pranzo, questo significa iniziare subito il training.
E siamo pronte!
Il nostro lavoro consiste sostanzialmente nell’aiutare le guide turistiche con l’accoglienza del gruppo e la preparazione dei pranzi e delle cene.
Nulla di troppo impegnativo, ma come tutti i lavori ha delle regole e un sistema creato per rendere tutto il più semplice possibile, quindi va imparato.

Il campo di Yulara è semplice, non come me lo aspettavo sinceramente, troppo turistico forse.
Il giusto ingresso nella nuova vita però, a piccoli passi.
Il pomeriggio passa veloce e così anche tutti i giorni successivi che passo lì.
Imparo a gestire i miei orari al meglio per ottimizzare i tempi e per non soffrire troppo il caldo, nonostante ci sia una fresca piscina a disposizione.
Imparo anche a cucinare il ragù di canguro e a preparare cene per 30-40 persone a sera.
Con i miei tempi, con i tempi della natura.

Perché è questo che succede nel deserto. Vivi i ritmi della natura.

Ci si sveglia con il sorgere del sole, e il tramonto scandisce l’ora della cena, quasi non servono orologi, lo senti dalla temperatura che cambia, dagli animali che cominciano a uscire dalle loro tane, dalle luci che si fanno più tenui.

E così impari a eliminare il superfluo, ma non è ancora arrivato il momento di capire cosa significhi vivere il deserto australiano.
Tutto è ancora facile a Yulara, dove la connessione internet è perfetta, dove ci sono supermercati e mezzi di trasporto.

La vita è processo, e penso che questa prima settimana sia stata adattamento allo stato puro, e preparazione per la vera Australia.

Il 15 novembre infatti saluto il camping prima delle luci dell’alba, preparo le mie cose e mi unisco al gruppo in partenza per la mia seconda destinazione: Kings Creek Station, il campsite base per la visita al Canyon.

Pochi minuti di strada e parcheggiamo. Non eravamo arrivati ovviamente. Ma eravamo in uno dei posti più speciali della Terra.

Eravamo davanti a Uluru.

Dovevo nascondere al gruppo l’emozione di essere lì per la prima volta, ma era impossibile. E credo che ogni volta sarà così.
L’energia che si percepisce davanti a quell’immenso monolite è incredibile, fa vibrare l’anima.

Il sole inizia a fare capolino da dietro l’orizzonte.
I primi raggi iniziano a scaldare l’aria.
Qualcuno, non troppo lontano da noi, fa partire “The Circle of Life”, colonna sonora di uno dei miei film preferiti di sempre, il Re Leone.
Faceva già caldo, ma la pelle d’oca era percepibile a distanza di km.
Non avevo più dubbi, non ne avevo mai avuti in realtà, ma quell’istante in cui Uluru ha iniziato a tingersi di rosso mi ha dato la certezza, nuovamente, che l’Australia è casa mia.

Uluru è magico. Ma di questo e della sua storia parleremo un’altra volta, più nel dettaglio.

Salutiamo Uluru, che rivedrò presto, e ci addentriamo in 3 ore di passeggiata alla scoperta di Kata-Tjuta, altra formazione montuosa sacra alla cultura aborigena, per poi tornare in viaggio.

Facciamo una breve pausa barbecue per pranzo e finalmente arriviamo a Kings Creek Station nel pomeriggio.

Kings Creek Station

Tutti mi hanno sempre parlato molto bene di questo posto.
Mi dicevano “vedrai quanto ti piacerà, è molto più bello di Yulara” e io ci ho creduto.

Ma Kings Creek per me è stato ed è molto più di “bello”.
Qui ho visto l’Australia.
Qui vivo l’Australia.

Kings Creek mi ha fatto sentire libera, libera di essere me stessa, libera di essere felice, libera di non dover pensare ad altri che a me stessa.
Non è un discorso egoistico, sia chiaro, ma quante volte vi è capitato di stare per 8 giorni senza nessuna connessione internet, senza la possibilità di confrontarvi con chi solitamente vi supporta e avere solamente voi stessi come punto di riferimento?

Ho passato poche settimane della mia vita così intense e vere.

Non so esattamente dirvi come questo isolamento abbia portato la pace in me ma è successo.
I primi due giorni sono stati strani, non lo nego. La dipendenza dal telefono era palese. Scorrevo i feed di Instagram e Facebook cercando notizie nuove, ma che non sarebbero mai arrivate. Notizie di cui non avevo bisogno.
Rileggevo gli stessi post per ore tanto da impararli a memoria.

Poi, la terza mattina, mi sono alzata, senza aver puntato la sveglia, con il sorgere del sole e il muggito dell mucche che pascolavano vicino a me.
Ho fatto colazione, mi sono lavata i denti e sono salita sulla macchina che ho a disposizione nel campo.
Con il suo andamento lento, instabile e i suoi rumori metallici tipici di un mezzo che ha più problemi che altro, ho guidato fino all’ultimo camping.
10 minuti di strada sterrata, tra sabbia rossa e rocce taglienti, tra arbusti bruciati dal sole e qualche foglia verde degli eucalipti.

Io, il rumore metallico della mia macchina, i vortici di sabbia che si alzavano davanti a me, e nulla di più.

L’ho percepita la libertà, per davvero.

Da quel momento non ho toccato il telefono per giorni, controllavo solamente l’orario per andare ad accogliere i nuovi gruppi, con il sorriso, con la gioia e la trepidazione di mostrare loro dove avrebbero passato la notte.
Impauriti inizialmente da tutta quella natura, nel cuore dell’Australia, la gente si guardava attorno.
E percepiva la pace.

Per davvero.

Erano ormai le 5 del pomeriggio a Kings Creek quel giorno, il primo giorno lontano dal telefono.
Accendiamo il fuoco nel focolare, un profumo dolce e forte inebria l’aria.
Non so che pianta sia che emani quella meravigliosa combinazione di odori, ma succede tutte le sere ormai, alla stessa ora.
Ed è diventata la mia routine preferita.

Manca ancora un’ora abbondante al tramonto, ma è ora di iniziare a cucinare, tutti assieme, senza distrazioni che non siano le storie di viaggi, di vita.
C’è chi taglia le verdure, chi mette legna al fuoco, chi cucina il pollo sul barbecue e chi chiacchiera.
Nessun telefono.
Nessuna distrazione.

Assieme al calare del sole le prime stelle iniziano a farsi vedere.
Sono pianeti in realtà.
Giove e Venere in prima linea. Il cielo è ancora tinto di arancione, azzurro e il blu della notte non è ancora prepotente.
Ma quando Giove e Venere compaiono nel cielo significa che la cena è quasi pronta.
Ci raduniamo tutti in cucina e in un ordine chiassoso di chi non vuole smettere di raccontare la sua avventura, riempiamo i nostri piatti.
Prima il gruppo, poi noi.

Un flusso continuo di storie e posti si mischia nell’aria, più fresca, della notte.
Chi non ha avuto modo di aiutare con la preparazione della cena ci aiuta a sistemare i piatti, sotto una luce da campeggio che prova a fare il suo dovere.
Il legno continua ad ardere nel focolare, le persone a poco a poco si dividono tra le due docce, all’aperto, le ultime birre rimaste e i marshmallows pronti da abbrustolire sul fuoco.

Io guardo in alto, perché so quale spettacolo sta per accadere.
Manca ancora un po’ di tempo però, aspetto, aspettiamo assieme, senza che loro ancora sappiano.

Eccola.
Sono le 8.30 ormai, è arrivato il suo momento.
Rimane solo una cosa da fare: alzare gli occhi al cielo, chiuderli per farli abituare al buio e, con calma, riaprirli.

Respirare.

Far assorbire al corpo tutta l’energia che quel cielo può darvi.

Perdersi nella brillantezza delle stelle.

Sognare.

E trovare altri mille motivi, ad ogni stella cadente che si riesce a contare, per essere felice.

Per davvero.

Dormire sotto le stelle

Lo vedi negli occhi della gente che è scattato qualcosa.
Perché è sempre così.
Si dice che il cielo del deserto australiano sia il più bello al mondo, per via dell’assenza totale di luci per migliaia di km.
Come vi sentireste voi a vedere la cosa più bella del mondo?

Danno sicurezza le stelle, a modo loro.
Così vicine ma lontane anniluce.
Così brillanti ma non luminose da permetterti di vedere cosa ti circonda.
Ed è così che le persone poi, più rassicurate dalla stessa natura che poco prima incuteva timore, decidono di completare la loro esperienza nel migliore dei modi.

La mattina seguente la sveglia suonerà di nuovo presto, perciò è ora di preparare i sacchi a pelo, distendere gli swag (i materassi da campeggio) nel posto che più fa sentire a proprio agio, distendersi e lasciarsi cullare dal movimento celeste.

Avete presente da bambini quando per avere un po’ di luce in cameretta si appendono le stelle magiche al soffitto?

Torni indietro a quei tempi e ripensi ai sogni che avevi da bambina, mentre gli occhi ti si chiudono dalla stanchezza, ma la voglia di continuare a lasciarsi incantare da quel cielo è più forte e cerchi di resistere.

Ti rendi conto che quel sogno lo stai vivendo, per davvero, e che non finirà.
Ti rendi conto che nonostante le stelle siano meravigliose quella sera, potrai vederle anche il giorno dopo e quello dopo ancora.
Perché ormai quella è casa tua, ormai sai che il ritmo della natura ti sveglierà di nuovo con le prime luci dell’alba.
Nuove persone arriveranno.
Nuove persone si emozioneranno ancora, per la prima volta, sotto quel cielo che conta più stelle che, il deserto, granelli di sabbia.

E tu, di nuovo, ti emozionerai con loro, ogni giorno, ogni notte, finché lo vorrai.

5 commenti

  • Alessia

    Fedeee, leggendo i tuoi articoli mi fai sempre tornare in mente emozioni uniche legate a quella terra incantevole , quella terra dove le giornate non sono mai uguali tra loro , dove c’è sempre qualcosa da scoprire e dove scopri nuove emozioni , e come sempre scende una lacrima. Ma sono sicura che finita l’università troverò quel coraggio che hai avuto tu di lasciare ciò che mi lega e ripartire per quella terra , per quel posto magico diventato oramai casa , dove si è liberi di essere se stessi , dove si è liberi di esprimersi ( esprimere sia gioia ma anche paure ) , quel posto che ti fa sentire libero e FELICE!❤️ Grazie per i tuoi articoli Fede💕

    • Federica Ceretta

      Sono sicura che anche tu troverai il tuo momento, la tua strada.
      Ti ricordo spensierata e con il sorriso stampato sul viso quando eri qui in Australia, continua con quell’entusiasmo che hai e soprattutto ricordati della persona che eri quando eri a Perth, quella persona è sempre lì, dentro di te!
      Finisci l’università, poi capirai quale sarà la decisione giusta per te.
      L’Australia non scappa e quando tornerai in questo posto magico ricorderemo assieme le salite in bicicletta a Rottnest Island, l’emozione nel vedere i primi Quokka e l’acqua gelida dell’oceano.
      A presto amica!

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